Accanto all'esoterismo colto dei filosofi e degli ordini iniziatici è sempre esistita una magia popolare, trasmessa oralmente, legata alla vita quotidiana, alle malattie, ai raccolti, all'amore e alla paura. La Sicilia ne conserva una documentazione straordinaria, grazie a due fonti molto diverse: gli archivi dell'Inquisizione e il lavoro dei folkloristi dell'Ottocento. Ne emerge un mondo complesso, in cui fede cristiana, credenze antiche e pratiche di protezione si intrecciavano.
L'Inquisizione spagnola in Sicilia
La Sicilia, a differenza della maggior parte dell'Italia, dipese a lungo dall'Inquisizione spagnola, introdotta sotto il dominio aragonese e castigliano alla fine del Quattrocento. Dal Seicento il tribunale ebbe sede a Palermo nel Palazzo Chiaramonte, detto Steri, dove si trovavano anche le carceri.
I processi riguardavano soprattutto l'eresia, il giudaismo e l'islam nascosti, la bigamia, la bestemmia, ma anche la magia e la superstizione. Le relazioni dei processi inviate a Madrid, oggi conservate negli archivi spagnoli, permettono di ricostruire con precisione credenze e pratiche diffuse nell'isola tra Cinque e Seicento.
Il tribunale fu abolito nel 1782 dal viceré Domenico Caracciolo. Sulle pareti delle celle dello Steri i prigionieri lasciarono graffiti, disegni e preghiere, studiati da Giuseppe Pitrè all'inizio del Novecento e ancora oggi visibili. Leonardo Sciascia dedicò alla storia di un prigioniero dello Steri il racconto Morte dell'inquisitore.
Le donne di fora
Tra le testimonianze più affascinanti degli archivi inquisitoriali c'è quella delle donne di fora, le "donne di fuori". Si trattava di esseri soprannaturali, descritti come donne belle e ben vestite, talvolta con piedi d'animale, che uscivano di notte in compagnie, visitavano le case, banchettavano e potevano portare fortuna o sventura.
Il fatto sorprendente è che diverse donne, e qualche uomo, dichiaravano davanti agli inquisitori di far parte di queste compagnie, di uscire in spirito durante il sonno e di partecipare alle loro feste. Erano spesso guaritrici di villaggio, che affermavano di aiutare i malati grazie ai loro rapporti con le donne di fora.
Lo storico danese Gustav Henningsen, studiando questi processi, ha mostrato che gli inquisitori siciliani, pur classificando questi racconti come superstizione, trattarono spesso gli imputati con relativa mitezza, considerandoli illusi più che adoratori del diavolo. Le donne di fora rappresentano, secondo Henningsen, un modello arcaico di credenza nelle "uscite notturne" diverso dal sabba delle streghe elaborato dai demonologi.
Magaria e ciarmi
Nel linguaggio popolare siciliano si distinguevano diverse forme di pratica:
- la magarìa, la stregoneria con intenzioni dannose, attribuita alla magara o al magaru;
- i ciarmi, formule e scongiuri recitati per proteggere, sciogliere un male o favorire un evento;
- le orazioni, preghiere popolari rivolte ai santi, spesso fuori dalla liturgia ufficiale.
Il confine tra queste categorie era sottile e dipendeva dall'intenzione. Lo stesso gesto poteva essere considerato protettivo o malefico a seconda di chi lo compiva e perché.
L'occhio e la sua formula
Una delle pratiche più diffuse, in Sicilia come in tutto il Sud Italia, riguardava l'occhio, cioè lo sguardo invidioso capace di nuocere. Per verificarne la presenza si versavano gocce d'olio in un piatto d'acqua, osservando se si allargavano o restavano compatte, e si recitavano formule accompagnate dal segno della croce.
Secondo una tradizione molto radicata, queste formule potevano essere insegnate solo in un momento preciso, la notte di Natale, da una persona più anziana a una più giovane, di solito all'interno della famiglia. Chi le riceveva non doveva rivelarle ad altri al di fuori di quell'occasione, pena la perdita della loro efficacia.
I ciarauli e San Paolo
Una figura tipicamente siciliana è quella del ciaraulu, una persona che si riteneva avesse potere sui serpenti e sugli animali velenosi e fosse immune al loro morso. La tradizione collegava questa dote alla figura di San Paolo, che secondo gli Atti degli Apostoli era sopravvissuto al morso di una vipera dopo il naufragio a Malta. I ciarauli si dicevano nati in giorni legati al santo e praticavano rituali con formule e saliva.
Giuseppe Pitrè, il grande raccoglitore
Gran parte di ciò che sappiamo sulla magia popolare siciliana dell'Ottocento si deve a Giuseppe Pitrè (1841-1916), medico palermitano e fondatore degli studi di folklore in Italia. Pitrè raccolse fiabe, canti, proverbi, feste, credenze e pratiche nella monumentale Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, pubblicata in venticinque volumi.
In particolare i volumi dedicati a Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano descrivono minuziosamente formule, rimedi, divinazioni e protezioni, registrate dalla viva voce degli informatori. Pitrè scriveva con rispetto e curiosità, senza disprezzo per le credenze che raccoglieva.
Un patrimonio da custodire
Per lo Studio Esoterico Cornelio, radicato nella cultura siciliana, questa tradizione è parte di una memoria collettiva che merita di essere conosciuta con serietà. Le pratiche popolari esprimevano il bisogno di protezione, di senso e di comunità di persone che vivevano in condizioni spesso difficili. Studiarle significa restituire dignità a un sapere che per secoli è stato perseguitato o deriso.
In sintesi
- In Sicilia l'Inquisizione spagnola ebbe sede allo Steri di Palermo fino all'abolizione del 1782.
- I processi documentano la credenza nelle donne di fora, studiata da Gustav Henningsen.
- La cultura popolare distingueva magarìa, ciarmi e orazioni; le formule contro l'occhio si trasmettevano la notte di Natale.
- I ciarauli erano ritenuti immuni ai serpenti per un legame con San Paolo.
- Giuseppe Pitrè raccolse queste tradizioni nella Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane.